Il Vigneron Caudino che sogna la Mosella sul Taburno

Lo devo proprio dire, Pasquale Clemente è un appassionato e avventuriero vigneron dei nostri territori. Un entusiasmo contagioso, dilagante, straripante oltre il convenzionale piacere di coltivare la vite e produrre vino. Sperimentazioni continue, vini unici e di qualità… siamo stati da lui e…Metti un venerdì a pranzo, appuntamento in cantina, io e Corradone, il tempo di entrare, respirare un’aria di sereno e cordiale ordine di vino, mettere il naso in una barrique di aglianico a divenire Kapnios,  preparare uno scatolo di sei bottiglie miste e scappare al ristorantino “La falangina”, a cinque minuti di auto tra le vie e le strettoie che portano da Montesarchio a Bonea, adornate di basalti e portali di pietra bianca. Arriviamo, un tavolo per tre nella saletta in disparte per creare un’area di tranquillo pranzo di lavoro, eh si perché ora si lavora, si mangia ma per accompagnare la degustazione dei vini di Pasquale. Iniziamo con uno spumante di falangina, metodo charmat, su un piatto di broccoli, fagioli e pane croccante, a seguire una falanghina del taburno coltivata in montagna a ben 400 mt di quota, che freschezza e che sapidità, per primo piatto pasta e fagioli ai frutti di mare in pentola di coccio, lasciata al tavolo per un immancabile bis, da abbinare con una sensazionale e unica falanghina da vendemmia tardiva e botritizzata, Masseria Frattasi con la “Donna Laura” ha portato veramente la falanghina ad un livello altissimo, dai profumi intensi e persistenti di un fruttato maturo e contraddistinto da muffa nobile, una freschezza e una consistenza degna di un sautern in versione secco. E poi costolette di agnello alla brace per presentare il caudium aglianico del taburno, naso accattivante e gusto deciso, ringrazia la maestria di Renato, l’enologo della cantina, abile domatore, con le armi del tempo e del legno,  persino delle uve più selvatiche e astruse come l’aglianico. Dulcis in fundo, su un ottimo formaggio di Fossa portato a tavola dal giovane patron del ristorante, Francesco,  non ci resta che aprire il Kapnios, l’amarone di aglianico, ottenuto dalle vigne secolari sulle pendici del Taburno con un appassimento delle uve, raccolte in dicembre,  lavorate con rese per ettaro che rasentano quelle per un ottimo olio extra vergine d’oliva, un vino importante, da decantare e portare alla giusta temperatura per far esplodere un corredo olfattivo complesso che ci trasporta ad un tripudio gustativo degno di un forte ma equilibrato Re della Tavola. Per dessert, biscottini di frutta secca e pasta frolla, di una fragranza e bontà dei migliori pasticcieri, sono andati a braccetto, verso il nostro estasiato palato, con un passito di moscato, che riporta la mente alle alture del trentino e dell’Alto Adige, di una freschezza e dolcezza in armonica convivenza nel piccolo bicchiere. Uauu che pranzo!! si ritorna in cantina ma, invitati infine a visitare le più giovani vigne dell’azienda, piantate niente popò di meno che a 921 mt di quota, ci dirigiamo fin su la vetta, a bordo del  pikup aziendale guidato dallo spericolato Pasquale, trasformatosi  da eloquente ed accogliente patron di cantina in contadino solerte ed esperto;  ho sempre notato quanto fossero veloci i signori dei terreni  durante le giornate di lavoro, quasi a svolgere in fretta le loro attività come se stessero facendo una corsa verso il traguardo segnato dall’imbrunire. Arrivati in alto Scendiamo per calpestare lo sterrato suolo e scrutare lo spettacolare panorama mozzafiato, abbracciamo il grande Taburno,  immenso padre dei paesi a valle, roccioso ed aspido ma affettuoso, con le sue vigne, disposte in fila come peli sulla schiena di un omone forzuto, piantate da Pasquale, il vigneron caudino che sogna la Mosella sul Taburno.

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